Il report 2025 sui Top 200 Music Products Retailers negli Stati Uniti offre una fotografia interessante anche per chi opera nella filiera musicale italiana.
I ricavi complessivi negli USA crescono del 5,3%, ma il dato va letto con attenzione: non si tratta di una crescita reale della domanda, bensì soprattutto dell’effetto dell’aumento dei prezzi, legato ai dazi e ai maggiori costi di importazione.
Allo stesso tempo, il numero dei dipendenti resta stabile e i punti vendita fisici diminuiscono leggermente. La produttività cresce, ma i margini si riducono.
Un altro segnale forte riguarda la concentrazione del mercato: pochi grandi operatori assorbono la crescita, mentre molti rivenditori indipendenti faticano. L’online continua a pesare sempre di più, insieme alla concorrenza di marketplace, grandi piattaforme e produttori che vendono direttamente al consumatore finale.
Sono dati americani, certo. Ma raccontano dinamiche che riguardano anche noi.
Perché dietro la musica non ci sono solo artisti, palchi e pubblico. C’è una filiera fatta di strumenti, tecnologie, distribuzione, assistenza, formazione, negozi, scuole, territori e imprese.
Se questa filiera si indebolisce, si restringe anche la possibilità concreta di avvicinarsi alla musica, studiarla, insegnarla e praticarla.
Per questo, osservare i numeri non significa occuparsi solo di mercato. Significa capire dove si stanno spostando gli equilibri e quali scelte servono per costruire un futuro più solido.
La musica ha bisogno di cultura, ma anche di accesso, competenze, servizi, sostenibilità economica e reti vive sul territorio.
I numeri ci raccontano il presente.
Le scelte che facciamo insieme costruiscono il futuro.
Claudio Formisano
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